L’azienda familiare, a pochi chilometri da due mari, punta su vitigni simbolo del territorio siciliano come Nero d’Avola e Moscato di Noto

Sul territorio siciliano si stanno affermando piccole realtà che puntano sulla qualità. Come l’azienda familiare Terre di Noto, nata nel 1989 grazie all’enologo Nino Di Marco. Una quarantina di ettari vitati, orientati sui vitigni autoctoni del territorio, Nero d’Avola e Moscato di Noto. Va ricordato che il Nero d’Avola, fino ad alcuni decenni di anni fa, era presente solo nel Pachinese e dintorni. L’azienda è a fine conversione biologica e rientra in un programma di sostenibilità sviluppato con l’Università Cattolica di Milano, cui partecipano aziende top siciliane come Planeta e Tasca d’Almerita.

Otto etichette di grande piacevolezza e profumi, tra cui Grillo e Inzolia, grazie anche al clima ventoso che mantiene le uve sane

«Il primo passo è stato un grosso impianto fotovoltaico: l’azienda funziona a energia solare in modo totale – racconta il giovane Ludovico Di Marco, figlio del titolare, che si sta laureando in Enologia e segue la gestione della cantina – Per noi il bio è stato solo un passaggio di carte. Il clima qui è sempre ventilato, non abbiamo grandi problemi di muffe: ogni tanto oidio e peronospora facilmente controllabili. Con lo zolfo facciamo tre o quattro trattamenti durante la stagione, per il rame ci sono annate che non è necessario utilizzarlo».

 

Siamo in visita alla cantina grazie all’Associazione nazionale città del vino. Il vento è fortissimo, tanto che la raccolta viene fatta di notte quando cessa. Il Mediterraneo è solo a tre chilometri, lo Ionio a otto. Ludovico ci mostra l’impianto, a partire dalla zona pigiatura. «Raccogliamo l’uva con una vendemmiatrice meccanica che poi portiamo qui: è un punto delicato, se si fanno errori, si ripercuotono nel vino». Proseguiamo la visita nella cantina, che ha una capacità di tremila ettolitri. «La fermentazione per i rossi dura tra i sei e nove giorni, quella per i bianchi un paio di settimane. Non usiamo mai lieviti indigeni, solo quelli selezionati. Ossigeniamo il mosto in fermentazione: in questo modo andiamo a stabilizzare quelle sostanze suscettibili all’ossidazione».

 Passiamo alla saletta di imbottigliamento, dove una macchina riempie le bottiglie a un ritmo di mille l’ora. «La produzione è di circa 45mila bottiglie, anche se il potenziale è 300mila. Siamo ancora una cantina giovane, i vigneti ci sono dal 1989, la cantina è operativa da circa otto anni».

L’azienda produce otto etichette, tra cui bianchi autoctoni come Grillo e Inzolia. Affina prevalentemente in acciaio, ma per i due vini di punta di Nero d’Avola (Nichea Doc Noto e Calauris Black Doc Eloro) utilizza la maturazione in botte di rovere grande per sei e otto mesi. «La barrique non ci piace molto perché ha impatto maggiore sui vini» confessa.

Il Nero d’Avola della cantina ha grande piacevolezza. Si sente la ciliegia marasca sotto spirito, frutti rossi e una leggera nota pepata e di vaniglia data dal legno. «Il nostro Calauris Black Doc Eloro ha avuto recentemente una medaglia d’oro internazionale in un concorso in Spagna. Il Nichea ha conquistato quella d’argento in Spagna e Francia». Terre di Noto non era presente al Vinitaly: costi troppo alti per questa piccola realtà. Il rapporto qualità prezzo delle bottiglie è invece ottimo per il consumatore. C’è da approfittarne.

Terre di Noto, vini autoctoni figli del vento